CAMION
Dedicata ad un’amica lontana
Lo spirito aleggiava sulle acque,
quando improvviso ed atteso,
scattò il verde.
Di soprassalto in un rombo di fumo,
preceduto da scariche
di ingranaggi torti,
la possente struttura,
s’impenna trattenuta
dal basto
e tutto lo sforzo,
appena muove.
Frastuono lento,
lotta in cabina
d’un dannato di cento braccia
tra diametri e leve e pedali,
con meccanismi
che non rispondono
che, maledizione,
tradiscono la missione.
Resta questa fotografia
stampata con l’acre odore
del fumo,
della lenta rincorsa rumorosa,
verso la china del destino.
Mentre le altre auto
dietro, stridenti,
già suonano.
NEL SILENZIO DI UNA LACRIMA
a mia figlia Cecilia
Eterno pianto,
di una sola lacrima
che da sempre
ha rotto gli argini,
piegandomi le ginocchia
implorante inerme,
e prostrato.
Resto così,
abbacinato,
come effetto di mille voci,
di mille canti,
snocciolati come eterni rosari
che mi conoscono
e mi amano.
Silenzioso,
accetto di essere mezzo
di un dono,
e la lacrima eterna
di compita e grata felicità,
traccia una via luminosa.
Ricordo il nonno,
Pochi tratti ancora restano fissi nelle memoria, impigliati alle sensazioni ed agli stati d’animo. I tratti di un uomo alto distinto, magro, bello nel suo portamento austero e misurato. Aveva due baffetti curati su un viso da Clarke Gable, seduttore nato. Ricordo scarpe nere lucide, la sua superiore sicurezza al volante di automobili da cui spremeva tutto con delicatezza ed amore, come immagino facesse dalle sue innumerevoli amanti.
Ricordo i suoi sogni sparsi sul tecnigrafo, fogli con orecchie e macchie di caffè e tracce indelebili di notti bianche a cercare di fare la magia, come se la volontà della sua fede nel genio, bastasse a tradurre in realtà i suoi progetti d’ingegnere, sogni di un passato glorioso.
Eppure, occhi dolci sognatori e tristi, vittime della passione e disposti a pagarne il fio. Romantico eroe solitario, colpevole di debolezza, ed incompreso nel suo coraggio nell’affrontare un’esistenza a lui estranea.
Principe di nobile stirpe, dalla salute cagionevole. Prima devastato dal fumo, poi piegato da un cuore malato, umiliato dalla malattia che impediva la vita, l’unica vita a cui il predatore anela, che respira libertà succhiandola come un bimbo succhia la pastasciutta.
Quando è morto mio nonno, avevo dieci anni e cinque mesi. Ho subito uno shock nel vedere la salma verdastra che aveva le scarpe nere del nonno. Non ho sofferto, preferisco pensare che la mia piccola esistenza si sia difesa egregiamente, e comunque ora accettare la mia indifferenza è più facile, ora che capisco di più quella figura evocativa di tante passioni ed arrabbiato amore.
Quella figura segnata da una lunga malattia che ne fiaccava lo spirito eppure indomito, mi è ora quanto più vicina non potrebbe esserlo. Quell’umanità travolta dagli eventi, dagli errori e dai tradimenti, perversa nel suo eroico fine di rivalsa sul destino, accecata dall’accidia e dall’invidia e tenace nei suoi sogni di progetti finiti tra la polvere sopra l’armadio con le scarpe nere, ebbene quell’umanità è da me accolta. Accolgo nella pietà e nel perdono un uomo morto incompreso, ma dolce con suo nipote al di là dei baci e delle ferree distanze, nella tenerezza di uno sguardo di rimpianto ed augurio.
Ricordo nitidamente due cose, come se accadessero tutti i giorni da quel lontano 1974.
Siamo sul balcone della casa al mare ed illuminati dalla luce del tramonto ci godiamo assieme la brezza del meriggio estivo che cede alla notte scendendo dai monti alle spalle. Iniziamo a parlare senza scopo con la sola voglia di accorciare le distanze tra il vecchio ed il bambino. Parlammo del nostro argomento preferito, le auto, mia passione e suo amore di una vita. Sento ancora l’orgoglio di bambino accettato dal grande con discorsi da grande, capace di capire i giudizi e quindi di anelare le spiegazioni ritenute fino a pochi istanti prima noiose; andammo avanti fino al crepuscolo, fino a quando rientrammo per la cena entrambi a malincuore. In quel momento crebbi e mi accorgo oggi che segnò una svolta, impercettibile allora, ma decisiva del mio cammino per diventare uomo; ed anche per il nonno fu un attimo di comunione che ruppe credo, la rassegnazione dei suoi ultimi giorni.
Amava la pera e la frutta in genere. Non ricordo pasto che lui fini senza un frutto. Era un dogma della sua famiglia, un rito ed un sacrificio d’amore crudele. Non mangiava la pera, la amava prima e la sacrificava poi. Rigido sulla sedia, altero, esteriormente distaccato, con movimenti galanti ed essenziali, prendeva il frutto che altri aveva posato solitario nel suo piattino con il coltello, come su un’ara sacrificale. Lo guardava con brama, studiava l’andamento curvilineo della superficie, eventuali imperfezioni imprimendole nella mente, poi dopo un attimo di esitazione in cui amava la natura ed il suo Creatore, afferrava senza guardarlo direttamente, con movimenti continui e bastanti, il suo complice spietato: un affilato coltello, sempre quello, apposta addestrato. Dopo aver controllato la pulizia della lama biaffilata e senza seghetta, avvicinava la pera al coltello e iniziava con la massima cautela possibile a pelarla cercando di non farle male. Faceva lunghe strisce di buccia uniforme, sottili come velina, quasi trasparenti, con perizia e pazienza sorprendenti. Ma era un gesto d’amore, spogliava la sua pera dei veli che ne celavano la polpa che sarebbe stata sua e solo sua. La pelava tutta con perizia ed attenzione, e con gesto di pura cavalleria sembrava volesse invitarla con un inchino accennato ad accostarsi alle sue labbra per un bacio triste di ringraziamento e d’addio. Poi la mordeva con le labbra suggenti, e la assaporava con attenzione; da vero gentiluomo non hai mai fatto parola con nessuno, del reale sapore. Restava una cosa privata tra lui e la sua dama.
Oggi sento che qualche cosa di questo nonno così lontano, sopravvive ostinatamente dentro me. Mia moglie non lo ha mai conosciuto, ma mentre mi osserva di sottecchi quando guido o quando mi porge un’arancia, sento un brivido che le corre lungo la schiena, di desiderio e di gelosia per il suo uomo, che ama e possiede un’altra.
SEI IL MIO TEMPERAMATITE
Tu,
cuor di tagliola
gonna rossa,
effetto serra
sulle gambe calde,
unite al vertice
dei miei desideri.
Catturi il mio pensiero,
con ami che straziano
pelle carne ed anima,
aggiogate alle tue natiche
che dondolano ipnotiche.
Mai brandelli di lucidità
affiorano dal mare
degli attimi da cogliere.
Temperamatite sei,
mi consumi
a piacimento,
lasciando intatta
la gemma che ributterà,
ed io sgomento,
non so farne a meno
BACIO,
Avida attesa,
splendido, rassegnato terrore.
L’oblio ci attende, inevitabile ed ineludibile. La morte è il fine per cui siamo nati, il grande passaggio che tutti attende, come un imbuto che incanala il fiume delle umane passioni, sublimate dai poveri corpi ormai inadeguati a far loro da mezzo di locomozione, come lo è il bruco per lo spirito della farfalla.
Oltre questo traguardo, personalmente, credo che ci attenda la vita eterna al cospetto di Dio Trino al fianco di Cristo Pantocratore. Altri credono nella reincarnazione o comunque nella sopravvivenza in qualche modo, dello spirito. Ma la domanda successiva, non è più, semplicemente il cosa, ma più radicalmente drammaticamente ed urgentemente il come. Quindi non cosa accadrà di noi, nella certezza quasi comune che sarebbe troppo beffardo che l’esistenza cessasse come una lampadina spenta, ma il come io possa ricordare, ragionare e quindi mantenere la mia identità, passato l’imbuto sublimatore ed omologatore.
La vita spesso, trascorre riavvolta a piccole passioni che ci rapiscono da una visione olistica, come quella che ha il Guardiano che osserva dall’alto il labirinto dove altri si dannano; ma è caratterizzata da momenti di piena catarsi, di totalizzante comprensione, la quale ti eleva al pari del Demiurgo al di sopra del labirinto. Così vedi, capisci, comprendi e fai scienza del cammino svolto e di quello che devi compiere, con svolte, trabocchetti, sofferenze e pena, ma anche con gioie e la suprema soddisfazione di scorgere anche senza capirlo, stordito dalla sua semplice grandezza e magnificenza, il fine ultimo, l’escatologia della vita terrena.
Ebbene, quando ho amato e ho baciato affidando la mia purezza e la mia povertà all’altra che per arrivare sperimentarle doveva anch’ella schiudere le labbra ed affidare a me la sua intima verità, ho capito. Per un attimo eterno che serbo nel mio cuore ho capito cos’è la comunione e la fusione dello spirito nello spirito ed insieme nello spirito cosmico che eleva al di sopra del nostro quotidiano dibatterci. E questo, come normale miracolo, accade ogni volta che bacio e mi lascio baciare, come l’invocazione di una promessa, dalla persona che amo e che ho scelto d’amare ricambiato, per l’eternità.
Ecco dunque l’avida attesa e lo splendido, rassegnato terrore, per quell’ultimo estremo bacio. Per l’ultima vera comunione con l’eterno in terra prima di consegnarmi all’eterno cielo.
L’ultimo bacio prima di morire, rimarrà ugualmente sempiterno, figlio della nostra promessa in terra, segnerà la nostra presenza nell’empireo, e sarà come una stella di inestinguibile fulgore al cospetto dell’Eterno.
Le stelle di notte mi guardano nel limpido gelo della terra madre, ma io so che non sono fredde e soprattutto che, abbracciate, non sono sole.
TRACCE
Tracce di vita
sul pianeta Terra
s’incontrano la sera.
Lungo arenili spumosi
odorosi di porpora,
lungo frescura di pioppeti
di verde cangiante,
si concentrano
scariche di energia vitale,
come lampi d’infrarosso.
Tumido accostarsi
di tentennanti sospiri,
di cuori pompanti
come impazziti,
eppoi,
catodo ed anodo.
Somma non algebrica
di energia esponenziale,
si libera nel guizzo
dell’iperemia delle mucose.
Nelle iridi e nelle viscere
liquidi organici scorrono
e si riversano come impazziti
segnalando livelli energetici.
Prevalentemente alla sera,
s’odono nel buio
fontane di energia luminosa
ingenerata dalla fusione
dei nuclei.
Su questo strano
pianeta Terra,
così,
tra maschi e femmine,
si rinnova
l’energia della vita.
Passo e chiudo.
CAPIENZA
Cavo dentro,
tra nebbie
non distinguo
vestigia umane:
ed ombre danzano
sospese
dentro agli occhi.
E la mia nebbia
inizia a defluire
in sbuffi e volute,
con sospiro sommesso,
aperto ogni orifizio.
Al fine ecco
sgonfiarmi tra
nuvole e vortici,
fiacco involucro
di ciò che ero,
che appare ripiegarsi
ordinatamente
su foglie umide,
marce.
Sarò
biodegradile?
Ospito volentieri questa poesia "filastrocca" scritta da mia figlia di 10 anni
Filastrocca del mio nome
Creativa come madre natura nel suo disegno di vita perfetto, io
Espressiva come l’astratta manualità degli alberi, io
Cocciuta come la neve che non riesce a imbiancare completamente la nostra terra, io
Italiana come la nostra penisola colma di gioia e serenità, io
Lunatica come non è la perfetta calma dell’universo, io
Isterica come le nuvole che si scontrano e giù fulmini e saette, io
Aspirante come i cuccioli di talpa che sognano di diventare grandi osservatori, io
Sensibile come il fruscio dell’acqua impossibile da interrompere, io
Anomala come un mare senza onde ne pesci, io
Natalia come le vellutate note di “Merry Christmass” suonate da un pianista, io
Testarda come una foglia d’autunno che non vuole cadere, io
Irresponsabile come cuccioli che corrono pericoli inutilmente, io
Io, come sono!
MARE
Mare schiuso nel cuore,
accogli nell’infinito
l’anima ed il corpo natio,
accetta l’insinuarsi
dell’uomo ch’ha lottato
nella tempestosa
superficie delle tue acque,
nella primordiale
scura penombra,
senza esigerne l’estremo tributo.
Perché tutti aneliamo
al ritorno nel tuo utero,
nella madre del tempo,
dove viventi origami
danzano con le silfidi,
tracciate dai raggi di un sole lontano,
sinuose scherzano con la luce,
mentre io mi abbandono al tuo cullar
ed al tuo silenzio di sciacquii e frizzo
di mille bollicine irrequiete.
Non serve qui parola,
la coperta blu
rorida perfonde il cuore
e la mente e l’anima