chiccodigrano

Diamo frutto alla vita, insieme.

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Utente: Paganini
Nome: Federico Santi
Mi son sempre detto da piccolo: da grande vorrei aver il coraggio di essere uomo senza paura d'esser forte o di piangere. Sono ancora piccolo, ma spero, crescendo, di diventare saggio.

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martedì, 31 ottobre 2006

CAMION

Dedicata ad un’amica lontana

 

Lo spirito aleggiava sulle acque,

quando improvviso ed atteso,

scattò il verde.

Di soprassalto in un rombo di fumo,

preceduto da scariche

di  ingranaggi torti,

la possente struttura,

s’impenna trattenuta

dal basto

e tutto lo sforzo,

appena muove.

Frastuono lento,

lotta in cabina

d’un dannato di cento braccia

tra diametri e leve e pedali,

con meccanismi

che non rispondono

che, maledizione,

tradiscono la missione.

Resta questa fotografia

stampata con l’acre odore

del fumo,

della lenta rincorsa rumorosa,

verso la china del destino.

Mentre le altre auto

dietro, stridenti,

già suonano.

postato da: Paganini alle ore 13:29 | link | commenti (2)
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NEL SILENZIO DI UNA LACRIMA

a mia figlia Cecilia

 

Eterno pianto,

di una sola lacrima

che da sempre

ha rotto gli argini,

piegandomi le ginocchia

implorante inerme,

e prostrato.

Resto così,

abbacinato,

come effetto di mille voci,

di mille canti,

snocciolati come eterni rosari

che mi conoscono

e mi amano.

Silenzioso,

accetto di essere mezzo

di un dono,

e la lacrima eterna

di compita e grata felicità,

traccia una via luminosa.

postato da: Paganini alle ore 11:33 | link | commenti (5)
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lunedì, 30 ottobre 2006

LA PERA ED IL COLTELLO.

 

Ricordo il nonno,

Pochi tratti ancora restano fissi nelle memoria, impigliati alle sensazioni ed agli stati d’animo. I tratti di un uomo alto distinto, magro, bello nel suo portamento austero e misurato. Aveva due baffetti curati su un viso da Clarke Gable, seduttore nato. Ricordo scarpe nere lucide, la sua superiore sicurezza al volante di automobili da cui spremeva tutto con delicatezza ed amore, come immagino facesse dalle sue innumerevoli amanti.

Ricordo i suoi sogni sparsi sul tecnigrafo, fogli con orecchie e macchie di caffè e tracce indelebili di notti bianche a cercare di fare la magia, come se la volontà della sua fede nel genio, bastasse a tradurre in realtà i suoi progetti d’ingegnere, sogni di un passato glorioso.

Eppure, occhi dolci sognatori e tristi, vittime della passione e disposti a pagarne il fio. Romantico eroe solitario, colpevole di debolezza, ed incompreso nel suo coraggio nell’affrontare un’esistenza a lui estranea.

Principe di nobile stirpe, dalla salute cagionevole. Prima devastato dal fumo, poi piegato da un cuore malato, umiliato dalla malattia che impediva la vita, l’unica vita a cui il predatore anela, che respira libertà succhiandola come un bimbo succhia la pastasciutta.

Quando è morto mio nonno, avevo dieci anni e cinque mesi. Ho subito uno shock nel vedere la salma verdastra che aveva le scarpe nere del nonno. Non ho sofferto, preferisco pensare che la mia piccola esistenza si sia difesa egregiamente, e comunque ora accettare la mia indifferenza è più facile, ora che capisco di più quella figura evocativa di tante passioni ed arrabbiato amore.

Quella figura segnata da una lunga malattia che ne fiaccava lo spirito eppure indomito, mi è ora quanto più vicina non potrebbe esserlo. Quell’umanità travolta dagli eventi, dagli errori e dai tradimenti,  perversa nel suo eroico fine di rivalsa sul destino, accecata dall’accidia e dall’invidia e tenace nei suoi sogni di progetti finiti tra la polvere sopra l’armadio con le scarpe nere, ebbene quell’umanità è da me accolta. Accolgo nella pietà e nel perdono un uomo morto incompreso, ma dolce con suo nipote al di là dei baci e delle ferree distanze, nella tenerezza di uno sguardo di rimpianto ed augurio.

Ricordo nitidamente due cose, come se accadessero tutti i giorni da quel lontano 1974.

Siamo sul balcone della casa al mare ed illuminati dalla luce del tramonto ci godiamo assieme la brezza del meriggio estivo che cede alla notte scendendo dai monti alle spalle. Iniziamo a parlare senza scopo con la sola voglia di accorciare le distanze tra il vecchio ed il bambino. Parlammo del nostro argomento preferito, le auto, mia passione e suo amore di una vita. Sento ancora l’orgoglio di bambino accettato dal grande con discorsi da grande, capace di capire i giudizi e quindi di anelare le spiegazioni ritenute fino a pochi istanti prima noiose; andammo avanti fino al crepuscolo, fino a quando rientrammo per la cena entrambi a malincuore.  In quel momento crebbi e mi accorgo oggi che segnò una svolta, impercettibile allora, ma decisiva del mio cammino per diventare uomo; ed anche per il nonno fu un attimo di comunione che ruppe credo, la rassegnazione dei suoi ultimi giorni. 

Amava la pera e la frutta in genere. Non ricordo pasto che lui fini senza un frutto. Era un dogma della sua famiglia, un rito ed un sacrificio d’amore crudele. Non mangiava la pera, la amava prima e la sacrificava poi. Rigido sulla sedia, altero, esteriormente distaccato, con movimenti galanti ed essenziali, prendeva il frutto che altri aveva posato solitario nel suo piattino con il coltello, come su un’ara sacrificale. Lo guardava con brama, studiava l’andamento curvilineo della superficie, eventuali imperfezioni imprimendole nella mente, poi dopo un attimo di esitazione in cui amava la natura ed il suo Creatore, afferrava senza guardarlo direttamente, con movimenti continui e bastanti, il suo complice spietato: un affilato coltello, sempre quello, apposta addestrato. Dopo aver controllato la pulizia della lama biaffilata e senza seghetta, avvicinava la pera al coltello e iniziava con la massima cautela possibile a pelarla cercando di non farle male. Faceva lunghe strisce di buccia uniforme, sottili come velina, quasi trasparenti, con perizia e pazienza sorprendenti. Ma era un gesto d’amore, spogliava la sua pera dei veli che ne celavano la polpa che sarebbe stata sua e solo sua. La pelava tutta con perizia ed attenzione, e con gesto di pura cavalleria sembrava volesse invitarla con un inchino accennato ad accostarsi alle sue labbra per un bacio triste di ringraziamento e d’addio. Poi la mordeva con le labbra suggenti, e la assaporava con attenzione; da vero gentiluomo non hai mai fatto parola con nessuno, del reale sapore. Restava una cosa privata tra lui e la sua dama.

Oggi sento che qualche cosa di questo nonno così lontano, sopravvive ostinatamente dentro me. Mia moglie non lo ha mai conosciuto, ma mentre mi osserva di sottecchi quando guido o quando mi porge un’arancia, sento un brivido che le corre lungo la schiena, di desiderio e di gelosia per il suo uomo, che ama e possiede un’altra.

 

postato da: Paganini alle ore 11:46 | link | commenti (1)
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aurora viene

fantasma tu mi svegli

e poi non è più

 

postato da: Paganini alle ore 10:17 | link | commenti (1)
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mercoledì, 25 ottobre 2006

SEI IL MIO TEMPERAMATITE

 

Tu,

cuor di tagliola

gonna rossa,

effetto serra

sulle gambe calde,

unite al vertice

dei miei desideri.

 

Catturi il mio pensiero,

con ami che straziano

pelle carne ed anima,

aggiogate alle tue natiche

che dondolano ipnotiche.

Mai brandelli di lucidità

affiorano dal mare

degli attimi da cogliere.

 

Temperamatite sei,

mi consumi

a piacimento,

lasciando intatta

la gemma che ributterà,

ed io sgomento,

non so farne a meno

 

 

 

 

 

postato da: Paganini alle ore 14:33 | link | commenti (4)
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martedì, 24 ottobre 2006

BACIO,

 

 

Avida attesa,

splendido, rassegnato terrore.

 

L’oblio ci attende, inevitabile ed ineludibile. La morte è il fine per cui siamo nati, il grande passaggio che tutti attende, come un imbuto che incanala il fiume delle umane passioni, sublimate dai poveri corpi ormai inadeguati a far loro da mezzo di locomozione, come lo è il bruco per lo spirito della farfalla.

Oltre questo traguardo, personalmente, credo che ci attenda la vita eterna al cospetto di Dio Trino al fianco di Cristo Pantocratore. Altri credono nella reincarnazione o comunque nella sopravvivenza in qualche modo, dello spirito. Ma la domanda successiva, non è più, semplicemente il cosa, ma più radicalmente drammaticamente ed urgentemente il come. Quindi non cosa accadrà di noi, nella certezza quasi comune che sarebbe troppo beffardo che l’esistenza cessasse come una lampadina spenta, ma il come io possa ricordare, ragionare e quindi mantenere la mia identità, passato l’imbuto sublimatore ed omologatore.

La vita spesso, trascorre riavvolta a piccole passioni che ci rapiscono da una visione olistica, come quella che ha il Guardiano che osserva dall’alto il labirinto dove altri si dannano; ma è caratterizzata da momenti di piena catarsi, di totalizzante comprensione, la quale ti eleva al pari del Demiurgo al di sopra del labirinto. Così vedi, capisci, comprendi  e fai scienza del cammino svolto e di quello che devi compiere, con svolte, trabocchetti, sofferenze e pena, ma anche con gioie e la suprema soddisfazione di scorgere anche senza capirlo, stordito dalla sua semplice grandezza e magnificenza, il fine ultimo, l’escatologia della vita terrena.

Ebbene, quando ho amato e ho baciato affidando la mia purezza e la mia povertà all’altra che per arrivare sperimentarle doveva anch’ella schiudere le labbra ed affidare a me la sua intima verità, ho capito. Per un attimo eterno che serbo nel mio cuore ho capito cos’è la comunione e la fusione dello spirito nello spirito ed insieme nello spirito cosmico che eleva al di sopra del nostro quotidiano dibatterci. E questo, come normale miracolo, accade ogni volta che bacio e mi lascio baciare, come l’invocazione di una promessa, dalla persona che amo e che ho scelto d’amare ricambiato, per l’eternità.

Ecco dunque l’avida attesa e lo splendido, rassegnato terrore, per quell’ultimo estremo bacio. Per l’ultima vera comunione con l’eterno in terra prima di consegnarmi all’eterno cielo.

L’ultimo bacio prima di morire, rimarrà ugualmente sempiterno, figlio della nostra promessa in terra, segnerà la nostra presenza nell’empireo, e sarà come una stella di inestinguibile fulgore al cospetto dell’Eterno.

Le stelle di notte mi guardano nel limpido gelo della terra madre, ma io so che non sono fredde e soprattutto che, abbracciate, non sono sole.

 

postato da: Paganini alle ore 15:34 | link | commenti (1)
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lunedì, 23 ottobre 2006

 

TRACCE

 

Tracce di vita

sul pianeta Terra

s’incontrano la sera.

 

Lungo arenili spumosi

odorosi di porpora,

lungo frescura di pioppeti

di verde cangiante,

si concentrano

scariche di energia vitale,

come lampi d’infrarosso.

Tumido accostarsi

di tentennanti sospiri,

di cuori pompanti

come impazziti,

eppoi,

catodo ed anodo.

 

Somma non algebrica

di energia esponenziale,

si libera nel guizzo

dell’iperemia delle mucose.

Nelle iridi e nelle viscere

liquidi organici scorrono

e si riversano come impazziti

segnalando livelli energetici.

 

Prevalentemente alla sera,

s’odono nel buio

fontane di energia luminosa

ingenerata dalla fusione

dei nuclei.

Su questo strano

pianeta Terra,

così,

tra maschi e femmine,

si rinnova

l’energia della vita.

 

Passo e chiudo.

postato da: Paganini alle ore 17:41 | link | commenti (1)
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venerdì, 20 ottobre 2006

CAPIENZA

 

Cavo dentro,

tra nebbie

non distinguo

vestigia umane:

ed ombre danzano

sospese

dentro agli occhi.

E la mia nebbia

inizia a defluire

in sbuffi e volute,

con sospiro sommesso,

aperto ogni orifizio.

Al fine ecco

sgonfiarmi tra

nuvole e vortici,

fiacco involucro

di ciò che ero,

che appare ripiegarsi

ordinatamente

su foglie umide,

marce.

Sarò

biodegradile?

 

 

postato da: Paganini alle ore 16:27 | link | commenti (1)
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Ospito volentieri questa poesia "filastrocca" scritta da mia figlia di 10 anni

Filastrocca del mio nome

 

 

       Creativa come madre natura nel suo disegno di vita perfetto, io

 

       Espressiva come l’astratta manualità degli alberi, io

 

       Cocciuta come la neve che non riesce a imbiancare completamente la nostra terra, io

 

       Italiana come la nostra penisola colma di gioia e serenità, io

 

       Lunatica come non è la perfetta calma dell’universo, io

 

       Isterica come le nuvole che si scontrano e giù fulmini e saette, io

 

       Aspirante come i cuccioli di talpa che sognano di diventare grandi osservatori, io

 

       Sensibile come il fruscio dell’acqua impossibile da interrompere, io

 

       Anomala come un mare senza onde ne pesci, io

 

       Natalia come le vellutate note di “Merry Christmass” suonate da un pianista, io

 

       Testarda come una foglia d’autunno che non vuole cadere, io

 

       Irresponsabile come cuccioli che corrono pericoli inutilmente, io

 

Io, come sono!

 

 

postato da: Paganini alle ore 15:05 | link | commenti (1)
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mercoledì, 18 ottobre 2006

MARE

 

Mare schiuso nel cuore,

accogli nell’infinito

l’anima ed il corpo natio,

accetta l’insinuarsi

dell’uomo ch’ha lottato

nella tempestosa

superficie delle tue acque,

nella primordiale

scura penombra,

senza esigerne l’estremo tributo.

Perché tutti aneliamo

al ritorno nel tuo utero,

nella madre del tempo,

dove viventi origami

danzano con le silfidi,

tracciate dai raggi di un sole lontano,

sinuose scherzano con la luce,

mentre io mi abbandono al tuo cullar

ed al tuo silenzio di sciacquii e frizzo

di mille bollicine irrequiete.

Non serve qui parola,

la coperta blu

rorida perfonde il cuore

e la mente e l’anima

postato da: Paganini alle ore 14:39 | link | commenti (1)
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