PENSIERO NOTTURNO
Sento la carne invecchiare.
Mi sembra di udire
il crepitio
di minuscoli vasi collassanti,
e la pelle afflosciarsi
ribollendo piano.
Basta verzata alla sera.
E COSI’ SIA
Ho deciso di entrare.
Si, ce la posso fare,
passo deciso,
sguardo fiero.
Da sempre l’ho deciso,
e sono entrato.
Arrivato mi volto,
e tu ci sei ed avanzi verso di me.
Rivedo in te
la millenaria storia d’amore
di Dio e dell’uomo:
sei un sogno eterno.
Mi accosto ti guardo e ti vedo.
e ti sussurro:
“Oggi ti porto via, per sempre”.
Poi ti riabbasso il velo da sposa.
DEDICATA
Sei passata come una mareggiata
e sulla spiaggia del mio cuore
hai portato relitti che pesano
sotto nuvole tumultuose.
Sbattevano le persiane
e nel tuo vento generatore
sferzavano la rena e la spuma.
Graffi indelebili, come tatuaggi,
ed io richiamato,
mi ergevo turgido
al tuo canto.
E ancora oggi
cerco il tuo profumo di mare,
mentre guato l’orizzonte piatto
e maledico il barometro
sul bello stabile,
solo, su questa spiaggia,
che non riconosco più.
ODE ALLA TAVOLA
Caro stomaco!
Quanti ricordi legati allo stracotto,
al culatello ed al cacciatorino.
Quanti legati al buon vino,
al convivio ed all’allegria
dei fratelli vicino.
Senza condivisione
non saresti felice o vorace
ne mai sazio o soddisfatto,
ed alieno
al raggio di sole
che anime perfonde
come gocciole
e raccoglie
in collane cristalline.
Sono gioielli
che impigliati
adornano i capelli,
e fan parte del godimento,
della ricetta segreta
del vivere consolato:
amici veri,
ottimo cibo ad avanzarne,
buon bere d’accompagno,
e donne
con occhi ricolmi di promesse
e di complici di attese.
L’OSCURO MIRACOLO DELLA BIELLA
Energia divina dea,
soppiantasti religioni e droghe,
biberone dei popoli.
In mire dispersa,
fai giungere orgasmi cosmici
se rinnovabile,
induci l’estasi
qualora ad impatto zero.
Idrogeno.
Ti sogno di notte
con balistiche esplosioni
controllate e abbaglianti.
E l’automobile che avanza nel silenzio,
accelera, invisibile discesa.
Sconosciuta.
Inscatolata in ingranaggi
in bagno d’olio,
tra slanci di futuro
immutata resti,
sin dai Napoleonici fasti.
Dinoccolata trasformi,
l’algida superba
energia esplosiva che
rettilinea alternata viaggia,
a-b
b-a
a-b
b-a
e via, e via.
Mentre invece
la ruota
gira!
CHICCA
Quel mare d’inverno
mi ricorda i tuoi occhi
e quella grotta,
dove non parlasti.
Turchese e grigio,
luci ed ombre
in perenne sovrapporsi,
onde rotte di bianca spuma
come il sorriso tenero,
che sorprendeva il tuo viso.
Tonfi ed alti spruzzi
ed infinite goccioline
di sale sul viso, sulle mani,
ci proiettarono uno contro l’altra.
E su quelle labbra.
Senza parlare,
mi protesi a proteggerti,
e sacrificai il mio cuore
ai tuoi occhi misteriosi
spietati ed implacabili
come il mare.
Ritorno ancora in quella grotta.
Ed il mare mi ricorda un patto,
che io e lui mantenemmo,
e che vede ancora una retta
per il retro del mio cuore,
dove s’agita in sogno
un disco incantato,
che ripete una nenia
che solo io comprendo,
e dal finale non scritto.
Acciaio i tuoi occhi,
qua troveranno sempre
carne da frangere.
PASTA ALLA PIEMONTESE
I gusti sono gusti.
Ovvio. Nella società del politically correct nulla è più vero di una banalità che lascia tutte le porte aperte. Tutto è parzialmente giusto o sbagliato, dipende….
Ebbene, io non concordo affatto. La verità esiste e la pasta alla piemontese lo dimostra dall’interno.
Mia suocera è piemontese, ed in ciò niente di male.
Mia suocera ci cucina la pastasciutta ogni fine settimana e questo è male, molto male.
Infatti da donna previdente ed ospitale, messa un po’ in ansia dall’arrivo della tribù dei nipotini, si affanna perché tutto sia pronto in tavola per il nostro arrivo, pasta compresa. La cucina alla mattina, in modo da essere sicura che cuocia, eppoi la mette a tavola nella sua zuppiera, coperta.
E così quando la nostra tribù dopo i saluti e le lacrimucce dell’abbraccio si scaraventa a tavola, vede troneggiare come regina d’altri tempi, al centro della tavola, la pasta.
Bianca, inerme, sembra che chieda scusa. E’ fredda, gommosa, una sorta di lichene cresciuto non si sa bene come, nella porcellana. E’ nuda, gonfia e dove non è unta è incollata come un manifesto.
Insomma uno spettacolo da acquolina in bocca, roba per palati fini!
Meno male che anche il sugo generalmente esce di soppiatto dal frigo, in modo da non surriscaldare in maniera artificiosa quel trionfo di delizia che, non stenterete a crederci, si scioglie in bocca.
Terrei ora a precisare che io sono forse esagerato. Mia madre è napoletana, e la pasta per noi assurge quasi a rito religioso: acqua, sale, pasta. Nulla di più. Scolata con “l’osso” saltata in padella con aglio olio e pomodorini ed a piacere frutti di mare oppure pancetta affumicata, olive, ricotta, largo alla fantasia. Eppoi dalla padella al piatto, alla bocca è un unico movimento sincronizzato……. perfruor (dal latino: godere appieno).
Sciugliarielli, sciugliarielli diceva mio nonno. Ora, non so cosa vuole dire, ma onomatopeicamente rende, ed ho cercato di trasferire il concetto a Maria Pia, mia suocera, che sono certo se si fosse chiamata Assunta, avrebbe certamente capito al volo.
Impossibile, tanto che quando cucino io, nemmeno fa finta. Proprio non mangia: troppo duri dice scocciata e la ributta in pentola per ucciderla definitivamente con un’ennesima bollitura.
La lotta continua senza esclusione di colpi ma nonostante i tranelli che le tendiamo, ad esempio telefoniamo da dietro l’angolo dicendo che dobbiamo ancora partire, immancabilmente arriviamo che la pasta ci attende da mo, sfatta e fredda. E non sarebbe neppure lo scempio del palato, quanto il sorriso beffardo della Pia, che propinandoci la “cosa” sembra che dica: mangia, mangia, tanto lo so che ti piace e che imparerai come si cucina la pasta.
Nel suo caso, vale sempre, vedi Napoli e poi muori!!